Ti diranno che la felicità non esiste. E tu vattela a prendere la felicità.

Ti diranno che la felicità non esiste. E tu vattela a prendere la felicità.

Ti diranno che la felicità non esiste. E tu vattela a prendere la felicità.

E se ogni tanto sparirà ricordati che l’hai conosciuta e che saprà tornare,se non ti stanchi di guardare avanti.

Ti diranno che non devi fidarti del mondo e tu affidati invece,a una voce,a una mano,a un libro,a una strada,a un progetto.

Ti diranno di tacere,e tu parla invece,spiega,difendi,usa il tempo per scegliere ciò che vuoi dentro,non per fracassare ció che c’è fuori. E se vuoi sapere qualcosa di qualcuno domanda con dolcezza. Parla con gli altri,non degli altri. Ascolta senza giudizio,nessuno ti obbliga a restare nelle vite che non vuoi ma nessuno ti autorizza a disturbarle. Molti non ti perdoneranno di avercela fatta a realizzare un sogno ma tu non mescolarti mai alle sabbie mobili,stare fermi é lo sport preferito di chi ha smesso di rischiare. Accuseranno te per la loro mancanza di coraggio,avranno bisogno di demolire te per giustificare il proprio fallimento. Nessuno sarà immune da questo,nessuno verrà.

– Massimo Bisotti.

La felicità è adesso.

Tutti cerchiamo la felicità. Ovunque leggiamo decaloghi e ricette per essere felici, cerchiamo un’indicazione che ci garantisca la conquista della felicità. Certo dirsi felice è l’ambizione dell’uomo da sempre, ma per tentare di dirci felici dovremmo prima chiederci quali aspettative abbiamo verso la vita: soddisfazione piena, assenza di dolore, risarcimento per presunti torti subiti dal destino? Perché queste aspettative sono quelle che ci permetteranno o meno di dirci felici. Ed essere felici è il frutto di un mestiere quotidiano: il mestiere di vivere.

È difficile definire la felicità, ma sicuramente il mutevole e cangiante ritratto che si può pennellare necessita che riflettiamo su alcuni punti: come viviamo il tempo, che stile di vita abbiamo scelto, come consideriamo l’amicizia, se accettiamo di vedere la vita in tutte le sue dimensioni e che bilancio vorremo fare della vita, alla fine, quando sarà. Dunque bisogna eliminare due cose: il timore di un male futuro e il ricordo di un male passato; questo non ci riguarda più, quello non ci riguarda ancora.

Il tempo in cui tentare di essere felici è adesso. Il passato serve per imparare e comprendere chi siamo e come stiamo al mondo e il futuro è quel luogo verso cui gettiamo ponti per un altrove che speriamo ci attenda, migliore di oggi, ospitale e lieto; ma il tempo in cui si esprime ciò che si è appreso dal passato, anche dagli errori, è l’oggi e il tempo in cui si costruisce il futuro e la possibilità della felicità è adesso, non domani. Rimpianti e paura sono sicuramente ospiti fissi nell’anticamera dell’infelicità. C’è del fumo in casa? Se non è troppo, resto; se è troppo, esco. Bisogna ricordarsi e tenere fermo questo punto: che la porta è sempre aperta.

La felicità è una scelta, che mette radici nelle nostre abitudini, nelle scelte di vita, nelle relazioni, nella capacità di accettare ciò che ci accade e non possiamo cambiare e nella possibilità sempre disponibile di cambiare ciò che possiamo trasformare, a partire da noi stessi e dal nostro stile di vita che dovrà comprendere la cura dell’anima quanto quella del corpo.

La felicità va tenuta sempre presente e possibile, anche quando pare nascosta o ce la dimentichiamo, va nutrita e sostenuta da speranze e sogni che ci muoveranno nel cercare di afferrarla, va scovata, va fatta accadere, va attesa perché si nasconde nelle piccole cose, risiede nel gusto per la vita e nel cercare ciò che ci fa stare bene, che ci fa sentire a casa o che ci fa essere noi stessi, almeno qualche minuto al giorno, in modo che alla lunga non se ne possa fare più a meno e diventi un’abitudine. Sì, mi piace: la felicità deve diventare un’abitudine. Aristotele sarebbe d’accordo, credo.

Nel segreto più segreto della felicità abita l’angoscia (Kierkegaard).

La vera felicità comprende anche il dolore e la fatica.

Vedere la vita per quella che è, alla luce del tempo che passa inesorabile, può far sentire tanto l’angoscia del tempo che passa e non ritorna più, quanto però la felicità intensa che nasce dalla consapevolezza di vivere momenti preziosi e unici. Allora noi, scaltri ma ciechi, per evitare di sentire questa angoscia, rinunciamo spesso anche a sentire la felicità, perché purtroppo sono due facce della stessa luna. O prendi tutto il pacchetto, o rinunci a entrambi. A volte abbiamo anche la paura che, se sentiamo la felicità, poi ci accadrà qualcosa di brutto e smetteremo di essere felici. Quindi meglio non esserlo o esserlo in toni minimi. Viviamo nella scaramanzia che se non siamo troppo felici siamo più protetti dal dolore. Ma questa paura serve solo a impedirci di essere felici davvero. Per questo spesso evitiamo momenti di vuoto o di silenzio: perché potremmo sentirci davvero vivi, vulnerabili, esposti alla vita. Ma solo così potremo dirci felici nonostante tutto.

Bisogna giudicare la nostra felicità solo dopo la morte (Montaigne).

Quindi quello che conta, alla fine, è quale bilancio intendiamo fare della nostra vita, quando la lasceremo: se ci saremo accorti di aver vissuto, se avremo molti rimpianti o pentimenti che ci renderanno infelici, se saremo fieri di noi per aver almeno provato ad essere felici, se avremo reso felici gli altri o almeno non avremo inflitto loro una sofferenza evitabile, se riusciremo a perdonare la vita perché non poteva essere diversamente, se avremo fatto pace, nel tempo, con le nostre fragilità e quelle altrui, se avremo avuto cara la vita e ne avremo avuto cura.

Il lieto fine, la buona notizia, è che questo bilancio possiamo farlo ora e ripartire da qui, rilanciare da oggi la nostra voglia di felicità proprio sulla base di ciò che conta per noi. Basta incominciare, basta provarci anche se è chiaro che il ritratto sarà mutevole nel tempo, il nostro e quello della felicità, che ci capiterà di morire e rinascere spesso per continuare a dirci felici. Per questo dovremo sostenerci e ricordarcelo a vicenda.

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